Il tema del diritto all’oblio è sempre più di maggiore interesse, ma a oggi non esiste una legge specifica che lo regolamenta. Al momento sono presenti solo sentenze su casi specifici, ma il diritto all’oblio si trova ancora in vuoto normativo.

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Se una persona provasse a digitare il proprio nome sui motori di ricerca, rimarrebbe stupita di come i risultati formano un puzzle sulla sua identità. Dai post pubblicati sui vari social network, alle foto pubblicate, ai commenti su blog e siti internet, di tutte le azioni che compiamo su internet, rimane una traccia. Come fare però a rimuovere i contenuti pubblicati in passato e che ora potrebbero minacciare la propria reputazione? Abbiamo creato una guida per fornire una definizione di Diritto all’oblio e per rispondere alle domande più frequenti su questo tema.

Che cos’è il diritto all’oblio?

Il diritto all’oblio è il diritto a non restare esposti a tempo indeterminato alle conseguenze dannose che possono derivare al proprio onore e alla propria reputazione da fatti commessi in passato o da vicende nelle quali si è rimasti coinvolti e che sono divenuti oggetto di cronaca. In sostanza il diritto all’oblio prevede che per tutelare la propria privacy gli utenti possano cancellare dal web i dati e i link che li riguardano e che siano ritenuti “inadeguati e non più rilevanti” ai fini della cronaca.

Grazie al diritto all’oblio si ha quindi il diritto a essere dimenticati, salvo il caso in cui il fatto precedente torni attuale suscitando un nuovo interesse pubblico all’informazione. Nel caso in cui l’interesse pubblico alla conoscenza di un determinato fatto viene meno, i soggetti coinvolti hanno il diritto del ritorno alla riservatezza e del rispetto della loro reputazione.

Il tema del diritto all’oblio non apre solo un dibattito tecnico, ma anche filosofico. Non è sempre facile, infatti, stabilire cosa è rilevante e di interesse pubblico e dopo quanto tempo cessa di esserlo.

Perché è importante il diritto all’oblio?

Il diritto di essere dimenticati e sparire da internet dovrebbe essere garantito, ma sparire completamente dal web potrebbe essere impossibile. Ecco perché è sempre più importante prendere consapevolezza dell’uso di internet e del fatto che rimane traccia di tutte le nostre azioni sul web. Non si viene tracciati solo utilizzando un computer, infatti, ma anche utilizzando uno smartphone connesso alla rete con il quale produciamo dati che vengono immagazzinati e che possono essere usati successivamente. Il primo passo quindi è la prevenzione.

Sparire dal web e rimuovere completamente un contenuto che può ledere la propria reputazione è impossibile. Si ricorderanno nella cronaca recente casi di video compromettenti finiti in rete e diventati virali. A nulla sono serviti cambi di identità, di città e le richieste di rimozione dei video. Tracce in rete dei video sono rimaste e probabilmente sono ancora sui computer di alcune persone.

Le sentenze in materia di diritto all’oblio

C’è parecchia confusione in merito al diritto all’oblio. Non esiste infatti una legge che regolamenti specificatamente questo diritto. A porre le basi per la stesura di una legge in materia, è stata una sentenza della Corte di Giustizia Europea del 13 maggio 2014. Nello specifico la Corte aveva dato ragione allo spagnolo Mario Costeja Gonzales che chiedeva che fossero rimossi i link che conducevano a notizie relative a sue difficoltà economiche, risalenti alla fine degli anni ’90 e successivamente risolte. Costeja Gonzales riteneva che le notizie erano lesive della sua privacy.

La Corte ha sancito che in virtù degli articoli 7 e 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea si può richiedere che una determinata informazione presente sul web non venga più messa a disposizione degli utenti di internet. La prevalenza del diritto all’oblio del singolo individuo rispetto all’interesse economico del gestore del motore di ricerca e a quello del grande pubblico, infatti, viene meno solo dinanzi a un evidente interesse pubblico alla conoscenza del fatto.

Nello specifico la Corte ha stabilito che un motore di ricerca su internet è responsabile del trattamento da esso effettuato dei dati personali che appaiono su pagine web pubblicate da terzi.

Così, nel caso in cui, a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, l’elenco di risultati mostra un link verso una pagina web che contiene informazioni sulla persona in questione, questa può rivolgersi direttamente al gestore oppure, qualora questi non dia seguito alla sua domanda, adire le autorità competenti per ottenere, in presenza di determinate condizioni, la soppressione di tale link dall’elenco dei risultati.

La delibera della Corte di Giustizia ha superato i confini nazionali spagnoli ed è stata recepita fin da subito in altre nazioni, come per esempio in Italia. Il 3 dicembre del 2014 con la sentenza 23771/2015, il Tribunale di Roma ha precisato che il diritto all’oblio non è altro che una peculiare espressione del diritto alla riservatezza (privacy).

Cosa è cambiato?

Grazie alla sentenza della Corte di Giustizia, ogni cittadino è legittimato a chiedere al singolo motore di ricerca che siano rimossi i contenuti dalle pagine web che lo dipingono in maniera non attuale e che sono idonei a ledere la propria reputazione e la propria riservatezza.

Dopo la sentenza in favore al diritto all’oblio, Google ha messo a disposizione un modulo (https://support.google.com/legal/contact/lr_eudpa?product=websearch ) grazie al quale gli utenti possono chiedere la rimozione di link che li riguardano e che ritengono inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti, o eccessivi in relazione agli scopi per cui sono stati pubblicati. La procedura è molto semplice, basta inserire i propri dati, l’indirizzo internet che si vuole eliminare e una copia del documento di identità. Se tutto va a buon fine Google aggiornerà i propri algoritmi e in una futura ricerca quel risultato non comparirà nella pagina di ricerca. Va quindi specificato che non si tratta di una cancellazione del contenuto che vogliamo eliminare, ma della non de-indicizzazione di quel risultato che non verrà più dato dal motore di ricerca.

Nel caso in cui Google non accogliesse la richiesta della persona, questa può rivolgersi a un giudice civile per ricorrere al Garante della Privacy. Questo procedimento richiede un maggiore impegno dal punto di vista economico e delle tempistiche necessarie, ma nella maggior parte dei casi è l’unica strada da seguire. Infatti, dal maggio 2014, in due anni Google ha accolto solo poco più del 30% delle oltre 36.000 richieste di rimozione provenienti dall’Italia.

Diritto all’oblio: in conclusione

Il tema del diritto all’oblio sarà sempre più importante e il prossimo 17 marzo, a Lugano, presso il Palazzo Mantegazza nella Sala multimediale Metamorphosis si terrà un importante convegno internazionale dedicato al tema, organizzato dall’Associazione di Diritto Informatico della Svizzera Italiana. Si profilano quindi numerose responsabilità per chi fa informazione in rete e per chi immette informazioni nei nuovi media e nei social network.

Inoltre, il Diritto all’oblio è oggetto di disciplina all’interno del Regolamento Generale sulla protezione dei Dati (GDPR).

Per un’azienda la corretta gestione dei dati personali nel rispetto della normativa Privacy non è semplice e dovrebbe essere analizzata con molta attenzione, soprattutto in considerazione del nuovo Regolamento Privacy UE.

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